Intervista a John Duncan
--Elisa del Prete, Espoarte (ottobre 2006)


Alla stazione di Bologna mi chiudo le orecchie al frenare del treno in arrivo. Duncan invece si mette in ascolto, gustandosi questo intollerabile rumore. Dopo le performance degli anni Settanta, giunge oggi ad un lavoro più discreto, che impiega soprattutto il suono per indagarne percezioni impercettibili. Costante della sua ricerca rimane l’accanita meditazione verso ciò che ci circonda, che stimola sensi ed emozioni, verso possibilità d’esperienza inattese e inconsapevoli. I suoi concerti lasciano il segno, costruiscono muri di suono al di là di ogni aspettativa, in grado di suscitare un’alternarsi di sensazioni ai limiti della coscienza.

Da dove nasce la tua sperimentazione, quali sono i tuoi maestri?


Beh, già dalla fine dell’Ottocento ci furono le prime indagini sulla luce, sulle sue frequenze in relazione ad un’indagine psicologica che è andata a scoprire le connessioni tra tonalità di colore ed emozioni. Penso agli eventi audio-visivi di Aleksander Skrjabin o al Blaue Reiter, che studiava la natura come forma di astrazione da cui raccogliere impulsi emotivi.

Come realizzi tecnicamente le tue sonorità? Come hai iniziato ad usare, ad esempio, le onde corte?

Ho iniziato negli anni Settanta. Le onde corte sono segnali radio trasmessi nella zona fra la superficie della terra e la ionosfera. I miei suoni preferiti sono le interferenze atmosferiche, homing signals, spy broadcasts, i punti in cui tutti questi segnali si mescolano e distorcono. Ne trovo uno, lo registro, e dopo ne cerco un altro che in qualche modo interagisca col primo, e così via, fino a raggiungere un “mescolamento ondulante”. Delle onde mi affascina la mescolanza di due, tre, quattro segnali nello stesso momento, quando i segnali vengono distorti da agenti atmosferici, dall’attività solare, dalle tempeste.

RIOT (1984)…un tentativo di creare rumore puro?

Sì, questo era l’obiettivo, volevo fare un tipo di musica assolutamente inascoltabile, ma ho fallito totalmente perché, soprattutto riascoltandolo adesso, riconosco come sia invece molto composto, ritmico, chiuso nel tempo, rigido.

Poi l’indagine più recente sulla voce…PALACE of MIND (2001), oppure THE KEENING TOWERS per la Biennale di Göteborg del 2003. Cercavi qualcosa di più umano, più armonico?

Beh, umano sì, armonico, no. Sono affascinato dalla voce, è una delle fonti sonore più complesse e al tempo stesso tra le più primordiali. Tutti gli strumenti tradizionali si basano e derivano dalla voce. Nascono per accompagnarla, per farla durare nel tempo. Recentemente lavoro sulla voce, registro le sue variazioni, fischi, e la modifico finché non diventa inconoscibile in quanto 'umana' ma più vicina ad un livello primordiale, al di là delle parole. A quel punto il suono inizia a funzionare in un modo simile ad un immagine Rorschach, dove chi ascolta crea le suoi associazioni e risposte.

Sembra che tu abbia una conoscenza del suono quasi scientifica, cosa ti interessa di esso? Ti senti un musicista?

No. Non sono un musicista. Ho studiato arti visive. Il musicista svolge un mestiere molto noioso. È noioso usare uno strumento, interpretare qualcosa che ha già fatto qualcun altro. Gli strumenti suscitano sentimentalismi, quello che mi interessa invece è imparare ad ascoltare i suoni che apparentemente sembrano conoscibili ma che non lo sono. Allora il suono è in grado di suscitare un’emozione. Credo che la differenza tra un musicista e un artista stia nel livello di comunicazione: il musicista necessita di collaborazione, l’artista ha senso anche in se stesso, è autonomo.  

Oltre alle sperimentazioni sonore usi altri linguaggi…il video, la fotografia, il quadro: mi ha colpito DISTRACTION (2006), un lavoro a parete, un po’ anomalo per te. Mi ha colpito come sei in grado di utilizzare il sangue senza drammaticità, creando anzi un’esperienza estetica.

In realtà non sono ancora del tutto soddisfatto di quel lavoro. Comunque il titolo del lavoro spiega come voglia trattare l’ambivalenza di questo materiale, ciò che è in grado di suscitare…

Sì, disgusto ma anche fascinazione…

Già. Mi interessa molto lavorare sull’ambiguità della realtà. Sono nato in una famiglia calvinista e anche il mio rapporto con l’atto sessuale, ad esempio, che si lega, nel mio lavoro, alla ricerca sul sangue, è stato conflittuale, sono cresciuto nascondendolo. E il nascondere dà ancora più forza al sesso rendendo più formidabile la sua potenza. Pensiamo ad esempio a quanto la clandestinità rinforza la pornografia. Da questa idea è nato SEE (2001) Ho pensato di rifare un film porno con elementi che la gente che solitamente li guarda non si aspetterebbe mai, ho cercato di offrire un altro modo di pensare, vedere, intendere l’erotismo. Ecco perché la donna giapponese prende potere rispetto all’uomo, non è più sottomessa.

Hai nominato il Giappone, molto forte la cultura orientale nel tuo lavoro come nella tua vita. Adesso infatti vivi a Bologna, da circa un anno, ma hai passato sei anni a Tokyo, poi otto ad Amsterdam…Come ci sei arrivato da Los Angeles?

Lasciare Los Angeles significava per me lasciare gli Stati Uniti e ricominciare da capo in un paese in cui non conoscevo la lingua né la cultura, in cui non avrei potevo leggere né capire né comunicare con nessuno.

Perché cercavi questo?

Perché i miei amici più vicini volevano spedirmi in prigione per la mia arte! E quando non sono riusciti a spedirmi in prigione hanno boicottato il mio lavoro, nel senso che mi hanno impedito di esporre il mio lavoro in modo libero, hanno fatto in modo che non potessi più lavorare, né nelle gallerie private, né nelle pubbliche performance. Per cui non volevo più stare dove il mio lavoro non veniva apprezzato né capito e ho deciso di lasciare gli Stati uniti. A Tokyo la situazione fu completamente diversa. La gente mi chiedeva di spiegare nel dettaglio  la ragione per cui facevo quello che facevo. A Tokyo ho trovato un vero supporto al mio lavoro. La cosa affascinante del Giappone era la tendenza  all’auto determinazione, attraverso la loro cultura, penso allo zen ad esempio. Ma non solo. Quello che davvero colpisce del Giappone è la totale mancanza di privacy dell’individuo, che credo sia poi la causa di questa autodeterminazione. Il fatto di non poter trovare via d’uscita dalla confusione di una vita quotidiana in comune, caotica, sempre alla luce, ti porta a ricercarla in te stesso. Per questi motivi era nata in quegli anni un forte ambiente artistico e musicale, il Noise, perché per loro era l’unico modo di esprimersi veramente. Lì è stato facile venire in contatto coi musicisti che vi operavano, erano molto collaborativi, la musica era il oro modo di capirsi. Penso ai High Red Center, al CCCC, a Hino Mayuko.

Se dunque il Giappone ti è servito per sciogliere la rabbia, l’Europa per approfondire la tua indagine sul suono…

Passare da Tokyo ad Amsterdam è stato come fuggire da un piccolo ospedale. Ad Amsterdam respiri un senso di libertà e totale apertura. Nonostante questo penso ad Amsterdam come ad un posto molto molto freddo, specialmente d’inverno, socialmente e fisicamente. In Italia, dopo, ho trovato l’attenzione alla vita, alla salute, al cibo, al gusto, che ad Amsterdam era totalmente assente…il cibo era un’atrocità! Non sanno cucinare!

E Bologna?

Amo Bologna. Mi piace perché è al centro, per questo l’ho scelta. Puoi attraversarla in bici in meno di un’ora e arrivare alla stazione in tre minuti. A Bologna poi ho trovato una realtà musicale molto interessante. Ci sono persone che organizzano concerti nelle proprie case, e c’è una certa attenzione alla musica sperimentale, molti ragazzi che sperimentano suoni e si incontrano per collaborare insieme. Valerio Tricoli, ad esempio, con cui ho realizzato l’ultimo lavoro di Torino.

Bene, veniamo allora a questo ultimo lavoro per Eco e Narciso, il progetto della provincia di Torino che quest’anno ha scelto il linguaggio musicale.

Si chiama THE GARDEN e si tratta di un'installazione audio realizzata in collaborazione con Valerio Tricoli nel complesso della fabbrica derelitta IPCA (Industria Piemontese dei Colorante di Anilina) a Ciriè, vicino Torino. L'ambiente è tra i  più velenosi che ho mai visto. Ogni persona di qui con cui abbiamo parlato ci ha raccontato di almeno una parente chi è morto dopo aver lavorato lì, all'IPCA, quando era in attività fino all’80: cancro al fegato, principalmente. THE GARDEN crea in questa zona enorme, vuota ed inquietante, l'ambiente di un giardino di gioco per i fantasmi: un edificio di quattro piani da dove ciclicamente giungono urla bestiali e gemiti, e un altro da cui si sentono movimenti dai piani alti; si tratta di sei elementi audio basati sulla voce e registrazioni in loco. Entrambi gli edifici non sono accessibili al pubblico e vengono scoperti per caso dall'ascoltatore.

Ecco che ritorna un altro elemento costante della tua ricerca: la memoria, il sogno. Come ti influenza, nella vita e nel lavoro?

Nella vita è un tipo di diagnosi; a volte serva come evidenza personale dell'esistenza di universi paralleli. Nel lavoro funziona come un punto di connessione, un modo di comunicare, tanto di più che le parole usate per descriverlo.

Il tuo lavoro non è facile. Non temi che rimanga troppo enigmatico a volte?

No. Se qualcuno è confuso, la sua confusione è sua: è parte della sua esperienza e, se l'accetta, esaminarla diventa parte del processo.  E' la sua parte personale nel processo; il lavoro è un catalizzatore. L’artista è tale perché ha sentito il bisogno di svegliarsi e capire, per poi invitare anche gli altri alla condivisione di ciò che ha capito. Per questo il pubblico è parte fondamentale nel processo di comunicazione dell’artista. L’arte è uno strumento per incoraggiare a svegliarsi, ad avere coscienza delle cose. Deve servire a fare un’indagine di cos’è e non è, ad aver coscienza della conoscenza.

Dunque cos’è per te l’arte?

L’arte risiede nella bellezza e la bellezza consiste nel trovare un’esperienza che ti fa capire improvvisamente qualcosa. Più spesso partecipi di questi momenti, più volte vuol dire che hai cercato la bellezza, ovvero hai cercato di capire cos’è la vita, il momento, chi siamo. Credo che ogni artista debba chiedersi cos’è l’arte, perché la bellezza è diversa per ognuno ed ognuno ha la propria risposta rispetto alla realtà delle cose.

Qual è secondo te il modo migliore di comunicare col pubblico...?

Sono interessato a comunicare con individuali. Focalizzo su una persona alla volta.

Che consiglio daresti all’ascoltatore/spettatore che si pone a confronto con un tuo lavoro?

Mantenere una mente aperta. E non solo a confronto con il mio lavoro.






Intervista a John Duncan
--Marco Altavilla, Flash Art (numero 241, agosto-settembre 2003)


Tra le massime espressioni della sound art, la ricerca di John Duncan da oltre vent'anni verifica i limiti psicofisici dell'individuo spaziando dalla performance alle installazioni sonore, sino alla pubblicazione di Cd. La sua attività inizia nella seconda metà degli anni Settanta come body artista negli Stati Uniti, per poi trasferirsi nel 1982 in Giappone e successivamente in Olanda e in Italia dove attualmente vive e lavora. Di recente ha presentato una grande installazione sonora alla Biennale di Goteborg curata da C.M. von Hausswolff, con il quale esporrà presso la galleria Nicola Fornello di Prato dal 13 settembre al 26 ottobre. La mostra, curata da Daniela Cascella, presenterà due installazioni: SEE di John Duncan e Thinner Bar and Glue Lounge di C.M. von Hausswolff.

Mi parli della tua formazione negli anni Settanta con Allan Kaprow e delle collaborazioni con Paul McCarthy
?

Allan Kaprow era il mio mentore alla CalArts all'inizio degli anni Settanta, l'unico docente propenso alla sperimentazione di nuove forme d'arte al di fuori della pittura. Paul McCarthy ed io ci siamo incontrati nel 1974 e poco dopo abbiamo instaurato un intenso rapporto telefonico. Dal 1976 al 1979 abbiamo prodotto CLOSE RADIO, programma radiofonica live, che trasmetteva una volta alla settimana sulla KPFK. Sebbene fosso gestito da artisti e persone che avevano scarsa esperienza a riguardo, riusciva a catturare l'attenzione di ventimila ascoltatori.

La componente sonora è sempre stata presente nei tuoi lavori, inizialmente con un legame più esplicito con la Body Art.

Il suono è un mezzo diretto che permette di entrare in contatto con i propri limiti psicofisici. Grazie al suono ho trasferito alla sfera uditiva la ricerca svolta sul responso emotivo al colore, inteso come frequenza di luce. È stato per me naturale organizzare il suono in musica, prestare attenzione agli effetti esercitati sull'attività mentale e utilizzarlo per manipolare la mia psiche e quella dell'ascoltatore. Importante è stato anche l'uso di strumenti che producono suoni non riconoscibili, la cui pratica richiede poche conoscenze techniche. Da subito mi sono interessato alle onde corte generate dalla radio che innescano un approccio passivo e si basano su segnali distorti o prodotti da forze ben lontane dal controllo umano.

Nel corso degli anni hai pubblicato diversi Cd e realizzato installazioni sonore. Quali sono state le maggiori influenze musicale nel tuo lavoro?

Le cassette autoprodotte dai primi gruppi hardcore punk e la discografia della LAFMS mi hanno ispirato enormamente. Mi hanno anche aiutato a decidere di registrare i rumori, di autoprodurmi e di definire un'estetica, non preocupandomi delle vendite e della difficoltà di classificare la mia musica in un preciso genere. Negli anni le influenze sono state molte, ma quella più importante è stata la mia recente visita alla Piramide di Cheope. L'atmosfera e il suono racchiusi in essa hanno seriamente cambiato la mia idea di musica, e specialmente il concetto di durata fissa.

Quest'anno hai partecipato alla Biennale di Goteborg, tutt'ora in corso e organizzato da C.M. von Hausswolff. Mi parli della grande installazione che hai realizzato?

L'installazione THE KEENING TOWERS, collocata sul terrazzo del Museo d'Arte di Goteborg, è composta da suoni e rumori eseguiti da un coro di trenta studenti della elementari diretto da me. Due antenne d'acciaio galvanizzate alte circa venticinque metri, ognuna dotata di un impianto di diffusione stereofonica, sono posizionate di fronte alla facciata principale del museo sulla quale il suono rimbalza e raggiunge gli ascoltatori. L'audio, subdiviso in due parti separate (una per ogni asta), si combina in modo casuale evitando qualsiasi ripetizione. THE KEENING TOWERS sono attive ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana, per l'intera durata della Biennale.

Con C.M. von Hausswolff esporrai in settembre alla galleria Nicola Fornello di Prato. Che progetto intendi presentare?

Stiamo creando delle installazioni che deliberatamente si sovrapongano e si rinforzino l'una con l'altra. I progetti di Hausswolff, The Thinner Bar e Glue Lounge sono rispettitivamente un bar dove gli spettatori possono annusare solventi, e un salotto dove, da sedutti, possono sniffare colla. Il mio progetto si chiama SEE. In esso immagini spezzettate e ingrandite di un video per adulti, che ho diretto a Tokyo, vengono proiettate sui muri e sul soffito della galleria. Alla colonna sonora, scelta accuratamente, si sovrappone una voce distorta che bisbiglia agli spettatori suggerimenti in giapponese.






OUTSIDERS
--Massimo Ricci, ASCOLTI PROFONDI (numero nove, Primavera/Estate 1997)


Come descriveresti la tua musica e che tipo di obbiettivo vorresti raggiungere attraverso essa?

Se potessi descriverla, preferirei scriverne piuttosto che crearla. La cosa che cerco in tutte le forme d'arte di cui mi occupo e' imparare, scoprire tutto cio' che posso riguardo l'essere vivo. La musica e' solo uno dei numerosi modi per farlo.

Vuoi spiegarmi i tuoi processi di composizione e registrazione, sia dal punto di vista tecnico che dell'ispirazione?

Tecnicamente preferisco mantenere le cose sul semplice, lavorando con i posizionamenti e tipi di microfono per registrare su DAT le voci e i suoni ambientale, facendo poi l'editing in multitraccia. I primi EP CREED e KOKKA sono stati registrati su un 2 tracce a bobine Teac. In Giappone usavo macchine di facile trasporto: RIOT fu creato con onde corte e registratori a cassette attraverso un mixer portatile, DARK MARKET BROADCAST su un 4 tracce a cassette. Ora uso i computers, a volte in combinazione con 8 tracce a bobine. Il contenuto del lavoro e' molto piu' importante. E' un processo, un ciclo che inizia con determinati suoni che forniscano una risposta emozionale: le onde corte della radio, i suoni di luoghi unici, quelli della natura. Cio' che sento in queste fonti detta le scelte per i dettagli o per la struttura, i quali a loro volta divengono una nuova influenza. Ad un certo momento la musica stessa rende chiare la strade compositive e separare l'autore dall'opera in se' diviene irrelevante. Io sono solo un'altra parte del processo, ne' piu' ne' meno degli altri elementi, piuttosto che colui che "controlla". Faccio uscire il brano quando contiene qualcosa che non avevo sentito in precedenza.

Come hai iniziato in questo campo?

Come pittore, studiando la fisica e la psicologica del colore e la geometria usata nella struttura composizionale delle superfici a due dimensioni. Poi, un bel giorno, nella biblioteca della scuola trovai del materiale sugli artisti del movimento viennese "Aktionismus", gente come Nitsch, Brus e specialmente Rudolf Schwarzkogler. Da quel preciso momento ho smesso di dipingere e ho cominciato ad esibirmi in eventi direttamente davanti ad un'audience, dove ognuno dei presenti e' in qualque misura protagonista. In seguito ho cominciato ad applicare i principi del colore (concepiti come frequenza luminosa che stimoli una diretta risposta emotiva) al suono. Volevo creare dei suoni con qualcos'altro piuttosto che uno strumento convenzionale; questo mi ha condotto alle onde corte.

Preferisci lavorare in solitudine o collaborare?

Ambedue le cose. Mi piace in special modo lavorare con artisti considerati difficili, perche' in genere hanno una chiara idea delle loro possibilita', di cio' che vogliono per loro stessi.

Cos'altro fai oltre a comporre?

Mi esibisco in eventi, costruisco installazioni, faccio video e film, scrivo.

Cosa ti piace fare quando non lavori?

Qualsiasi cosa io faccia, in qualche modo sono consapevole di cio' che sta accadendo dentro e intorno a me e cerco la maniera di usarlo a scopo creativo. E' una parte integrale della mia esistenza.

Il tuo commento sull'ascoltatore/consumatore di musica odierno; pensi di avere un seguito fedele?

Non sono sicuro di cosa tu intenda dire con 'seguito fedele'>

Puoi continuare la tua opera attraverso le mere vendite dei CD?

Continuo a fare arte perche' sono spinto a farlo, tutto qui; le vendite dei dischi non c'entrano nulla.

La tua musica ha a che fare con stati mentali o fai semplicemente degli esperimenti per sentire che suoni escono?

Tutt'e due; comincio un esperimento per sentire come suona e finisco con un stato mentale.

Elenca i tuoi dischi/artisti preferiti e, in generale, cio' che ti ha maggiormente influenzato.

Una lista di pietri miliari, musicisti, dischi, libri, films e artisti che mi piacciono riempirebbe le pagine di questa rivista. Tra queste cose citerei "The Last Message" di Malcom X, "Metal Machine Music" di Lou Reed, "Triadic Memories" di Morton Feldman, l'opera di Carlo Gesualdo, "Dancing in the Street", "Heatwave" e "Needle in a Haystack" di Martha Reeves and the Vandellas, i canti Inuit, "Lightning Field" di Walter de Maria, il libro "Towards a Poor Theatre" di Jerzy Grotowsky, i film muti di Carl Theodore Dreyer, gli scritti di Iceberg Slim...

Una domanda personale: come mai vivi in Italia?

Amore. In tutti le sue forme.

Per finire dai qualche consiglio a coloro che vogliono pubblicare la loro musica senza essere collegati a case discografiche, mode, motivi commerciali e cosi' via. Come puo', oggi, sopravvivere un artista indipendente?

Nello stesso modo in cui gli artisti indipendenti hanno sempre sopravvissuto: facendo quello che senti, senza curarti di quali risposte o conseguenze ne riceverai. Devi allenarti ad ascoltare solo il tuo cuore e a seguire quello che ti dice. Devi rifutare di aver paura del guidizio di chiunque... compreso il tuo stesso.